riccardascrive.it
il sito ufficiale di Riccarda Riccò
il sito ufficiale di Riccarda Riccò
Di seguito alcuni dei servizi di arte realizzati nell'ultimo anno
Beverly Pepper, la gigante della scultura in mostra a Bologna
Negli spazi Cubo Unipol di Bologna una delle più importanti artiste contemporanee
Dalle Sculture in possesso di Unipol, allo spazio esterno che si rende ambiente. Ma prima ancora, per arrivarci, disegni, acquerelli, sketchbook. Generi diversi che si fondono negli eleganti spazi Cubo di Bologna e che compongono la graduale evoluzione poetica di Beverly Pepper, una delle scultrici pionieristiche del XX secolo, e della sua land art, in mostra fino al prossimo 24 gennaio 2026. Arte nell’ambiente da vivere collettivamente, come spiega il curatore della mostra Marco Tonelli:
Lei ha sempre cercato di fare degli spazi in cui l'opera non fosse qualcosa di collocato sopra ma quasi che nascesse dai declivi, dai pendii, dalle voragini del terreno. A volte ci sono degli ombelichi, degli omphaloi, a volte sono delle colline tagliate, dei piccoli camminamenti su declivi dentro spazi naturali a cercare di fondere l'esperienza umana e quella della natura, senza nessuna sovrastruttura, ma quasi in maniera antica come era un po' il teatro per i Greci in cui la scenografia naturale è la visione del paesaggio.
Trentasei lavori, più foto e video, dal 1965 al 2018 per i temi tipici della Pepper, più che mai attuali e tutti correlati, arte, ambiente, comunità, memoria collettiva, e non solo.
Beverly Pepper è un’artista molto attuale per quanto riguarda ovviamente anche il trattamento di alcuni temi che appunto vedono l'arte come una forma in qualche modo anche di terapia, spiega Arianna Bettarelli, responsabile archivio fondazione Beverly Pepper, non terapia nel senso scientifico ma nel senso sociale, cioè di un'arte che connette le persone alla propria identità, all'identità collettiva, alla costruzione di comunità e quindi anche alla coscienza di se stessi e alla riattivazione di una propria coscienza contro l'alienazione, il lavoro che aliena, la tecnologia che aliena in tal senso, piuttosto che essere sfruttata per fini sostanzialmente appunto più umani e meno, diciamo, della macchina.
Riccarda Riccò
Link video
Bologna più vicina alla Lituania con Kipras Dubauskas in mostra al Mambo
Prima personale in un museo italiano pubblico dell'artista lituano rimasto per 4 anni a Bologna
Lituania e Bologna insieme, al Mambo, in una mostra e in un film.
Il tutto è possibile grazie a una installazione, un grande diorama con al centro un camion incidentato dell’Unione Sovietica e vari materiali provenienti dalla Lituania.
Dalla pancia del camion la proiezione di un film, “Firestarter”, su cui l’artista lituano Kipras Dubauskas ha lavorato durante gli anni del Covid nel corso di una residenza di ricerca a Bologna.
Temi centrali: soccorso, salvataggio, salvazione nella nostra società, come spiega la curatrice Elisa Del Prete:
La residenza si è svolta tramite una pratica tipica dell'artista che è quella della deriva urbana, di esplorazione delle periferie, della ricerca di materiali, di zone ai margini e questa esplorazione ha diciamo messo a fuoco un luogo molto speciale di Bologna che però è per lo più nascosto, che è quello dei canali.
Quella raccontata è dunque una Bologna atipica che ruota attorno a Sant’Antonio Abate, portatore del fuoco, metafora delle crisi in corso.
Il mondo visionario e simbolico del film si riflette nella mostra e nei suoi materiali visibili fino all’11 gennaio 2026.
Una delle pratiche dell’artista, spiega il curatore Andrea Pastore, è proprio quella di prendere questi materiali e dare un nuovo senso, anche ai materiali, anche a quelli abbandonati, proprio perché l'artista ne vede la memoria e quindi la traccia dei segni di usura del tempo. In più, aggiunge Pastore, l'artista ha anche aggiunto bruciature varie e quant'altro, proprio per marcare l'energia che danno questi materiali.
Riccarda Riccò
Link video
Franco Guerzoni parla Fuori Dal Dipinto
Nuova prospettiva e temi del passato in una poetica della parete, per l'artista modenese in mostra alla Galleria Studio G7 di Bologna nella sua dodicesima personale
Sono immagini del passato ma con un nuovo ideale di lavoro. La 12a personale di Franco Guerzoni in mostra alla Galleria Studio G7 di Bologna fino al 27 dicembre 2025 sa di progetto in continuità con le tele precedenti, ma con la sensazione dello strappo, come spiegato dallo stesso artista impegnato in alcune mostre pubbliche tra Europa e Stati Uniti, e intervistato nel suo atelier modenese:
Ho realizzato un grande dipinto con una grande pala che comunica se stesso intorno alle pareti della galleria. Diciamo che è un dipinto che mostra il suo ventre e dal ventre escono questi dettagli che poi sono sempre un corteggiamento della parete. E' la poetica della parete. Si potrebbe dire che è la parete vissuta come un libro da sfogliare, quindi sono quasi pagine, diciamo, pagine di muro.
“Fuori dal dipinto”, come da titolo della mostra, come da posizione dello spettatore, tra suggestioni archeologiche, e tempo che scorre, stratificando memorie e racconti da accettare, senza troppe congetture.
Con la voglia di scoprire, con la voglia di vedere cosa c'è sotto l'ultimo stucco della parete, continua Franco Guerzoni, vedere questa parete come una proiezione che ti consente un viaggio verso il passato. Volevamo fare una cosa che fosse morbida, che non volesse aggredire, , che non volesse strafare e credo che tutto sommato ci sia un racconto implicito sulle pareti che lo spettatore può ricevere senza troppi..., come dire, senza farsi troppe domande.
Riccarda Riccò
Link video
A Bologna il messaggio di speranza della mostra Al di là dei confini. Luoghi sacri condivisi
Dopo aver toccato diverse città nel mondo, l'esposizione è per la prima volta alle Collezioni Comunali d’Arte del capoluogo emiliano
La storia dimostra come sia possibile per i fedeli di diverse religioni confluire nello stesso santuario per pregare insieme in modo pacifico. E tanti casi di partecipazione sono illustrati nella mostra fotografica
“Al di là dei confini. Luoghi sacri condivisi" curata da Dionigi Àlbera e Manoël Pénicaud
Viviamo in un’epoca in cui i confini proliferano, in cui si ergono dei muri di disperazione, e le religioni sono spesso anche convocate come un fattore di divisione, spiega Dionigi Albera. Questa mostra invece ci propone un viaggio in uno spazio intermedio appunto al di là dei confini. Ci mostra che esistono dei luoghi sacri condivisi.
Dal 2015 a Marsiglia, la mostra ha toccato paesi in tutto il mondo, ed è ospitata alle collezioni comunali d’arte di Bologna fino al 23 novembre 2025, con il suo forte messaggio.
Questa mostra vuole essere un messaggio di speranza nonostante tutto, e ci mostra che le persone possono essere in grado di convivere in modo pacifico, superando le distanze e le differenze, quando le condizioni politiche sono date, continua il curatore Dionigi Albera.
E' una mostra che ci mette in guardia contro le strumentalizzazioni della dimensione religiosa e ci presenta tutta una serie quindi di situazioni di convivenza, di coesistenza e da questo punto di vista è credo controcorrente rispetto a delle immagini che dominano nella sfera mediatica.
Nella locandina, un’ebrea e una musulmana pregano insieme. Un’immagine ancora distante dai tempi bui di oggi , ma che fa riflettere e sperare.
Riccarda Riccò
Link video
L'indagine sulla donna della ricercatrice Maria Paola Landini
E’ un viaggio nell’immagine femminile nel corso dei secoli la mostra “Ritratto di Donna” visitabile fino a metà ottobre al Museo Civico Archeologico di Bologna e accompagnata da numerose iniziative collaterali
Immagini di donne di tutto il mondo che occupano in modo diffuso il Museo Civico Archeologico di Bologna, immortalate in una cinquantina di anni, senza ordine di luogo, spazio, tempo, ma tutte indagate dall’occhio scientifico di Maria Paola Landini, ricercatrice, virologa, scienziata:
La ricerca è senza confini, dice la ricercatrice e fotografa Maria Paola Landini, la fotografia può essere senza confini ed è quello che io ho cercato di fare in questi anni affiancando il lavoro fotografico a tutta la mia attività scientifica. Io ho fotografato le donne nei loro momenti più quotidiani, più semplici e più naturali perché penso che quelli siano veramente i momenti in cui uno può scoprire il mondo, il mondo femminile ma non solo; può scoprire il mondo vero.
Sei nuclei tematici, dal lapidario alle sezioni storiche, per una indagine visiva sulla rappresentazione della femminilità nel tempo, in 137 scatti scelti tra oltre 100.000 dell’archivio Landini curato da Serendippo APS.
Ci siamo accorte che tutti i gruppi di foto avevano un senso molto umano che andava al di là di ogni genere di genere, spiega Etta Polico, presidente Serendippo APS,
al di là di ogni pregiudizio, al di là di ogni strumentalizzazione. Maria Paola rappresenta la donna esattamente com'è, quindi senza nessun condizionamento politico, nessuno sguardo maschile sulla donna, ma presa in ogni sua attività quotidiana.
Non solo un dialogo con il passato attraverso i reperti storici, ma anche con il presente, grazie a eventi collaterali, visite guidate, lezioni, e performance delle artiste Francesca Arri e Greta Affanni, fino al 13 ottobre 2025.
La ricerca proprio sulla Persefore come archetipo parte dal 2020, dice l'artista performer Greta Affanni. Prenderò appunto le sembianze della dea, però in chiave contemporanea. Mi muoverò all'interno dello spazio a partire dal Lapidario e accompagnando anche i visitatori all'interno della mostra di Maria Paola Landini
Riccarda Riccò
Link video
Uno sguardo Di Traverso alla Galleria de’ Foscherari di Bologna
Una mostra collettiva contemporanea di cinque artisti che invitano il visitatore a un'indagine non convenzionale
Luca Bertolo, Giuseppe De Mattia, Enej Gala, Eva Marisaldi e Liliana Moro.
Artisti contemporanei che in comune non hanno temi o date, ma una condizione capace di generare ipotesi e narrazioni nello spettatore attraverso le loro opere ironiche che hanno poco di diretto e molto "Di traverso", come da titolo della mostra.
Le opere celano in sé una sorta di voglia di giocare e anche di opporsi, se vogliamo ironicamente, ma anche in maniera tragica, se vogliamo, allo spettatore. Vi si concedono in maniera parziale, creano qualche difficoltà in maniera diversa. Queste le parole di Enrico Camprini, curatore della mostra Di Traverso, che spiega:
Ci sono delle opere che invocano un momento di stasi, di riposo, evocano paradossi di difficile soluzione, altre opere invece, in modo più narrativo, raccontano una forma di opposizione allo spettatore, legandosi a racconti, a storie, e comunque a dinamiche che mettono in difficoltà la nostra presenza nello spazio in relazione all'interpretazione dell'opera.
La condizione umana può essere quella dell’attesa espressa da mani che fanno gesti uguali all’infinito o da cartelli-quadro pronti a essere sollevati per una manifestazione, o dallo schiaccianoci che, vista l’altezza, schiaccerebbe anche qualcos’altro e quindi è meglio che non si attivi. Meglio russarci sopra con un mini kit di sopravvivenza, mentre gli oggetti si ribellano all’uso dell’uomo in lamenti metallici. Questa è una delle mille interpretazioni che alla galleria de foscherari di Bologna lo spettatore può fare fino al 20 settembre, leggendo e rileggendo le opere in mostra e riscrivendone il significato come successo al giornaletto Tex diventato ex.
Ogni lavoro di un artista posiziona l'artista stesso nel presente, dice Camprini, nel mondo che viviamo, , ma lo fa sempre sotto il segno di una forma di ambiguità, di complessità se vogliamo, di fatica nel rapporto fra opera e spettatore.
Riccarda Riccò
Link video
La drammatica fuga dall’Inghilterra di Mary of Modena nelle parole di un pittore
Nel racconto di Francesco Riva, artista bolognese e guardarobiere di Maria Beatrice d’Este, “Mary of Modena”, il drammatico epilogo dell’unica italiana, modenese, a essere stata regina d'Inghilterra
Era una notte fredda di metà dicembre e lei doveva fuggire da morte certa mettendo in salvo anche il suo bambino di soli cinque mesi. Dopo riunioni segrete e dettagli organizzativi, la regina Maria Beatrice D’Este (Modena, 1658-Saint-Germain-en-Laye, 1718), nota come “Mary of Modena”, travestita da lavandaia, superava il giardino privato per correre verso il Tamigi e raggiungere Dover, per la traversata su una barchetta di legno con la speranza di toccare terra francese. E scampare così alla “Gloriosa Rivoluzione” il cui fine era di far fuori suo marito Giacomo II Stuart e la sua politica cattolica, con un colpo di stato per mano di Guglielmo d’Orange.
Una storia avvincente che si intensifica di fascino a pensare che l’ideatore ed esecutore materiale della fuga fu un pittore della bottega del Guercino, Francesco Riva (Bologna, 1651-1716), diventato “maestro di guardaroba” della regina dopo una permanenza a Parigi alla corte del Re Sole Luigi XIV di Borbone.
La testimonianza di Riva nella Collezione dell’Archivio storico del Comune di Modena
Il racconto di Riva, scritto di pugno un anno dopo la fuga, nell’agosto 1689, è parte della collezione dei documenti acquisiti dall’Archivio storico del Comune di Modena dalla libreria antiquaria Docet di Bologna. Materiale prezioso che nelle lettere dimostra lo stretto legame tra la famiglia Riva e gli Stuart e che comprende, tra l’altro, il lasciapassare firmato dal Re Sole, grazie al quale Francesco Riva e i suoi figli fecero ritorno in Italia, e una miniatura di Maria Beatrice d’Este, dipinta a olio su rame nei primi anni del 1700.
Maria Beatrice d’Este, dal palazzo ducale di Modena a palazzo St. James di Londra
Unica italiana a essere stata regina d'Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda (c’è chi attribuisce a lei uno dei dolci più amati dai modenesi, la zuppa inglese), Maria Beatrice d’Este fu anche l’ultima regina cattolica, cattolicissima, sul trono britannico. Figlia del duca Alfonso IV e di Laura Martinozzi, era nata nel palazzo ducale di Modena e aveva tutte le carte in regola per essere una regina, “alta e ammirevolmente formosa”, gentile ed elegante. Qualità che sarebbero finite in convento, perché quello che voleva prendere lei erano i voti e non un marito. Educata nel monastero della Visitazione, quando fu richiesta in moglie per Giacomo Duca di York, fu presa dalla disperazione. Accettò il suo destino solo dopo che il Papa Clemente X, in combutta con il Re Sole e sperando di vedere di nuovo il cattolicesimo in Inghilterra, la convinse a sposare il futuro re essendo in quel modo molto più utile alla chiesa piuttosto che tra le mura monastiche.
Il matrimonio avvenne per procura e quando appena quindicenne incontrò il marito a Londra, scoppiò in lacrime. Giacomo II, 40 anni, deturpato dal vaiolo, balbuziente e poco intelligente, poteva essere suo padre.
La vita a corte fu un incubo, soprattutto negli anni prima che diventasse regina, dal momento che all’epoca regnava Carlo II, vecchio e senza figli, fratello di suo marito. Mary si barcamenava tra le calunnie degli inglesi che la chiamavano “papista” e “figlia del papa” e la continua infedeltà del coniuge. E peggio di tutto, dei 12 figli che mise alla luce, 10 morirono molto piccoli, alcuni in circostanze sospette. Avvelenati? Non si sa, ma il timore di un successore cattolico aleggiava e divenne reale con la nascita del principino Giacomo Francesco Edoardo. Questo evento spinse i protestanti alla “Gloriosa Rivoluzione” e a mettere sul trono Guglielmo d’Orange.
Lei come sopravvisse a tutto ciò? Forse grazie alla cultura, animando un salotto letterario e circondandosi di artisti. E come già detto, dandosi alla fuga con l’aiuto di un pittore.
Perché in fondo è spesso l’arte a salvare una vita.
Riccarda Riccò
link al servizio:
https://www.artribune.com/arti-visive/2025/03/francesco-riva-fuga-mary-modena/
Jack Vettriano è scomparso mentre a Bologna è in corso la sua mostra
Dopo che l’artista più venduto e riprodotto di sempre è stato trovato morto nella sua casa di Nizza, l’esposizione a Palazzo Pallavicini, la prima in Italia, diventa un elogio alla memoria
Da ironico quale era, forse avrebbe strizzato l’occhio alla sua morte così imminente, avvenuta pochi giorni dopo l’inaugurazione della sua prima mostra in Italia. L’iconico Jack Vettriano (Methil, 1951-Nizza, 2025) è infatti stato trovato morto nella sua casa di Nizza il primo marzo scorso, proprio mentre le sue tele sono esposte a Palazzo Pallavicini che diventa quindi un tributo alla sua memoria, fino al 21 settembre. Quello che emerge dalle 70 opere, tra oli, grafiche a tiratura limitata e fotografie, è un mondo sensuale ed elegante, in cui dettagli come rossetti, tacchi e cravatte, diventano simboli di erotismo, nostalgia e possibilità in sette macroaree.
C’è tanto di lui nelle sue tele, definite autobiografiche. Intime e introspettive, diventano metafora di un’esistenza in bilico tra ombra e luce. Varcare la sezione In The Mood del pittore scozzese, onorato da Elisabetta II d’Inghilterra, significa esplorare atmosfere contradditorie. I dettagli sono un invito all’immaginazione, a quello che potrà essere o che forse è stato, ma che non è mai del tutto svelato: tacchi alti e corpi di schiena, come in Queen of Hearts (2010 circa) o in Another Married Man (2017), sguardi languidi che suggeriscono ma non garantiscono, in una tensione che parla all’inconscio. Stesse sensazioni nell’area I Put A Spell On You, celebrazione della bellezza di una donna erotica che ammalia ed esalta il tempo dell’attesa con un fascino elusivo.
Tempus fugit, diceva Virgilio, e scorre nostalgico anche sulle tele di Vettriano che nel mare delle sezioni Now’s the time e Where The Light Meets The Sea, parla di caducità. Le orme sulla sabbia non hanno scampo e se non è l’onda è il vento che sorprende e porta via, sfumando i contorni degli ombrelli e delle esistenze, mentre ci si lascia andare a una danza sulle note di Sinatra (come immaginato da Vettriano) cantate da The Singing Butler (1992) l’opera più famosa, venduta nel 2004 per 744.500 sterline, un milione di euro.
Tanta danza anche nell’area Dance me to the end of love, dove è il linguaggio del corpo a celebrare la vita, invitando ad addentrarsi in modo leggero nelle sue vicende e a iniziare nuove strade, come The Drifter (1996) o The Road to Nowhere (1996).
Se la sua pittura avesse un suono forse sarebbe jazz, in un film dove le atmosfere si snodano nella solitudine. Ci sono corpo e anima nell’area Body and Soul, è onirica e piena di impulsi quella Dream, dove c’è sempre un sogno in potenza e l’amore è una promessa di possibilità. Un’unica sala è infine dedicata alle foto di Francesco Guidicini (Bologna, 1960), ritrattista ufficiale del Sunday Times che gli aveva commissionato un servizio fotografico. Grazie a questi scatti si ripercorrono i temi noti di Vettriano, la luce filtrata, il fumo e i ritratti nei ritratti che, come in un gioco di specchi, ci restituiscono le molteplici possibilità dell’esistenza.
Riccarda Riccò
Link video
Instabilità e mutazione nella collettiva Fringe alla Labs Contemporary Art di Bologna
Nove gli artisti emergenti che sfumando i contorni delle cose indagano le idee di margine, trasformazione e transizione
Nulla di netto e definito nelle opere della mostra "Fringe", presso Labs Contemporary Art di Bologna fino al 13 settembre, che attraverso nove artisti emergenti del panorama internazionale vuole al contrario esplorare l’idea di transizione, margine e permeabilità delle cose, come spiega la curatrice Marta Orsola Sironi:
Il titolo prende il via dallo stesso significato del termine in inglese che non solo vuole dire margine decorato o frangia, ma vuole dire qualcosa che è periferico e dunque esterno al sistema.
Pur proponendo tematiche comuni di culture varie e della loro storia, Agnieszka Mastàlerz, Alexei Izmaylov, Amba Sayal-Bennet, Dionysus Saraji, Hannah Morgan, Hoa Dung Clerget, Luca Rubegni, Paula Santomé, e Ty Locke, affrontano i concetti di trasformazione e movimento sfumando i contorni delle cose che possono quindi assumere interpretazioni e significati diversi.
Proprio nell’idea di attraversamento del confine, di riuscire a essere nomadici e andare oltre quello che è il mainstream, prende le mosse la mostra, continua Sironi. Gli artisti lavorano con diversi media, dal disegno alla scultura, dalla performance al video, e le opere presentate cercano di rappresentare non solo le ultime ricerche, ma il percorso che questi artisti hanno fatto negli ultimi anni.
Trasformazione e restituzione dunque anche nei percorsi dei singoli artisti che
vanno dalle loro esperienze personali, dislessia, transizione sessuale, emancipazione femminile, a conoscenze collettive, come ad esempio il mito greco, il design industriale o la pop-art.
Tra superficie e profondità, linee naïf e strutture complesse ripropongono simboli e immagini della memoria culturale, provocando una specie di liberazione interiore nel visitatore.
Riccarda Riccò
Link video
Settant'anni di Facile Ironia al MAMbo di Bologna
Un espediente affascinante per celebrare il cinquantesimo della Fondazione della Galleria d'Arte Moderna
Nonostante il titolo della mostra collettiva del MAMbo di Bologna, curata da Lorenzo Balbi e Caterina Molteni, l’ironia non è facile perché implica una critica, ma è un espediente affascinante e variegato, adatto a celebrare il 50esimo anniversario della Fondazione della Galleria d’Arte Moderna di Bologna
Per i 50 anni abbiamo pensato a questa mostra che è una passeggiata nell'arte italiana delle ultime generazioni, dice Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo e curatore della mostra, e avevamo bisogno di un filtro, un filtro per raccontare questi decenni al nostro pubblico e abbiamo trovato il filtro dell'ironia.
La mostra esplora varie possibilità di sviluppo del registro ironico. Dall'ironia come paradosso, l'ironia come gioco, fino ad arrivare agli esiti dell'ironia utilizzata come strumenti di lotta femminista, di propaganda politica, o ancora più recentemente fino agli sviluppi sul web della memestetica e del nonsense.
Attraverso macro aree tematiche di diversi colori, sono più di cento le opere esposte fino al prossimo 7 settembre, per oltre 70 artisti che coprono una settantina d’anni con l’occhio tutto italiano della dissimulazione, per divertire e far riflettere.
Si va dai primordi del discorso ironico con il Surrealismo e la Metafisica di De Chirico, Donghi e Savinio, spiega Balbi, e si arriva fino alle recentissime espressioni di artisti e artiste contemporanei che sono stati chiamati a esporre le loro opere prodotte apposta per questa mostra.
A chi ha detto che la mostra di Bologna non ha considerato il Concettualismo ironico, Balbi risponde così:
Questa è una mostra che a nostro modo di vedere riesce sia a presentare quelli che sono i maestri dell'arte italiana da De Dominicis a Manzoni a Baj, Carla Accardi e tutti quelli che pensiamo possano essere i caposaldi più noti del discorso ironico in generale dell'arte italiana con artisti e artiste meno conosciute, meno presenti nella storia dell'arte che in questo modo cerchiamo di recuperare.
Riccarda Riccò
Link video
Un viaggio di note e immagini al Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna
Tutta l'intensità delle fotografie di Lelli e Masotti che raccontano la storia a partire dagli anni Sessanta
Un raffinato bianco e nero di oltre 80 scatti iconici che raccontano la musica attraverso i gesti, le espressioni, i momenti che hanno caratterizzato spettacoli dal vivo negli ultimi 60 anni. Un viaggio dalla grande intensità espressiva grazie ai fotografi Lelli e Masotti, e anche alla loro collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano. Una galleria di storie visibili fino al 7 settembre nel Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna.
Silvia Lelli e Roberto Masotti attraverso questa mostra hanno proposto la loro visione artistica delle musiche, senza distinzione di importanza, di classe, di stile, a 360 gradi, dice il co-curatore della mostra Riccardo Negrelli.
Dal 2006 Città creativa della musica Unesco, Bologna dimostra anche in questi scatti (tra cui l’unica sequenza a colori), il suo forte legame con la musica:
Ci sono alcuni scatti realizzati proprio qui in città, dove fra l'altro Silvia Lelli e Roberto Masotti vissero per un periodo, spiega Riccardo Negrelli. Mi riferisco per esempio al concerto della Duke Ellington Orchestra al Jazz Festival del 1973 o al concerto per Ghironda di Irene Zosso del 1975. Ma anche due inserimenti realizzati ad hoc per questo allestimento: il primo riguarda Lucio Dalla, Francesco Guccini e Roberto Vecchioni catturati alla trattoria da Vito durante una cena nel 1978 e il secondo riguarda la sequenza di fotografie alle mie spalle che Roberto Masotti e Franco Battiato realizzarono nel 73. Battiato profeticamente scende dalla collina e probabilmente il luogo era Villa Ghigi. Non fu annotato all’epoca.
Riccarda Riccò
Link video
La pianura padana nella pittura di William Congdon a Bologna
Si chiama Paesaggio come misura del corpo la mostra astratta ed esistenziale dell'artista statunitense alla Fondazione Lercaro
Oltre 25 opere risalenti agli Anni 80 e caratterizzate da una visione astratta ma densa di carica esistenziale. Sono gli oli e i pastelli di William Congdon, pittore statunitense spesso assimilato al gruppo degli espressionisti astratti americani, in mostra alla Fondazione Lercaro di Bologna fino al 3 agosto, con il suo stile particolare che lo ha reso unico.
L’esposizione, dal titolo Paesaggio come misura del corpo, si focalizza sulla rappresentazione trasformata e astratta della pianura padana dove l’artista ha vissuto a lungo.
Nella resa paesaggistica Congdon si ricorda in qualche modo di quelle che sono state le esperienze significative e identificative della sua generazione, dice Pasquale Fameli, storico dell’arte e curatore della mostra, quelle del colorful painting, dell'espressionismo astratto, attraverso le quali distilla quelli che sono proprio, quella che è la Pianura Padana sostanzialmente, quelle che sono le campiture già presenti nel paesaggio padano e attraverso queste formule arriva proprio a una sorta di astrazione, mantenendo però un rapporto sempre solido con l'esperienza concreta della visione che lo stesso artista ha avuto di quei paesaggi.
Le tele esposte sono dunque composizioni semplificate nella strutturazione e portate a una grande astrazione rispetto a periodi precedenti, di cui i valori, ad esempio religiosi, appaiono sublimati grazie anche a una chiara simbologia, in cui ha un posto rilevante la croce.
Ha una funzione non soltanto simbolica, ma anche compositiva, anche plastica, continua Fameli, e Congdon ottiene queste visioni così astratte proprio a partire da una destrutturazione della forma della croce. Sicuramente i paesaggi di Congdon non vogliono essere semplicemente dei paesaggi. Sono un modo di sublimare tutta la sua devozione.
Lo stesso Congdon disse:
«Dipingo sempre quello che sono, non quel che vedo.»
Riccarda Riccò
Link video
La dissoluzione della natura umana nello spazio liquido di Mahfoudi a Bologna
Il sentimento panico dell’artista tangerino per la prima volta in Italia, in una pittura che scivola e ingloba l’essere umano fondendosi con esso
È drammatico e perso nella sua serietà, ma immerso in una natura luminosa e piena di colore che sembra slavinare verticalmente, risucchiandolo. È l’uomo di Omar Mahfoudi (Tangeri, 1981. Vive e lavora a Parigi), che nelle sue tele indaga i temi di trasformazione, perdita e strappo dalla realtà.
Perché se è vero che, come disse Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, è anche vero che il nostro passaggio su questa terra prima della dissoluzione finale è veloce.
Sono esistenze disperse nella liquidità di uno spazio indeterminato, come da titolo della mostra, curata da Andrea Busto alla CAR Gallery di Bologna, in collaborazione con la galleria Afikaris di Parigi.
Le origini marocchine del pittore si riflettono nei colori delle sue tele, nel blu dell’oceano, nel verde delle alghe e dei monti del Rif, nell’ocre della Corniche di Tangeri.
Ma il mare, il sole, i rami delle piante diventano dettagli esterni per raccontare i luoghi dell’anima, i dubbi, le domande non fatte, il vuoto interiore. Quei grandi interrogativi che accompagnano le nostre esistenze e che sembrano palesarsi nei profondi occhi scuri del ragazzo già segnato di Blue Flower Boy (2023) immerso in una specie di bosco acquatico in cui diversi fiorellini sembrano impronte di sangue, che striscia attorno ai profili della bianca camicia, macchiandola.
In tanti dipinti la pittura sembra colare e travolgere i volti umani che si scolorano fino a fantasmizzarsi, in uno spazio aereo di nuvole o macchie color indaco, come in Déjà vu (2024). Proprio quella sensazione di avere già vissuto qualcosa in precedenza, ma dove? Qui o altrove? In cielo o in mare? Acqua, terra, aria, fuoco, comunque sia, sempre per ricordare la nostra precarietà, la nostra transizione sulla terra prima dell’essere inglobati di nuovo nel grande ciclo naturale, come la figura in Lost Times (2024), presenza estranea e intima allo stesso tempo.
Le figure di Omar Mahfoudi si palesano a volte quasi sovrapposte alla tela, altre accorpate, piccole nel paesaggio dominante. A volte poi sembrano uscire dalla natura stessa, come un ramo da un albero in Waiting for the Light to Change (2024).
In Les cinq garҫons (2023), i volti gravi striati dai colori acrilici sembrano fili d’erba o lacrime, e creano un binomio che provoca al tempo stesso estraneità e sentimento panico. Sensazioni che accompagnano tutti, non importa se insieme o da soli, come succede all’omino in When the Moon Calls (2025), talmente piccolo e insignificante da diventare poetico, come in fondo ogni essere umano.
Riccarda Riccò
https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2025/07/omar-mahfoudi-mostra-bologna/
La malattia in mostra alla Fondazione Lercaro di Bologna
Una doppia personale coraggiosa che esplora la decadenza dei corpi e la perdita dell'identità
In una società che esalta bellezza, gioventù e salute, la coraggiosa doppia personale "Mia madre supernova" in mostra alla Fondazione Lercaro di Bologna fino al 3 agosto, obbliga lo spettatore a riflettere. Le opere dei due artisti, Raniero Bittante e Massimiliano Fabbri, accomunati da madri affette da Alzheimer e Parkinson, mettono infatti in luce tutto il contrario: la decadenza del corpo, la perdita dell’identità e la malattia, attraverso disegni, foto, lastre di acciaio, libri, viti, bulloni.
Nella mostra ovviamente ci sono i corpi, ci sono i visi delle persone care, che sono tema oggetto di questa mostra e della relazione fra gli artisti e le loro madri, spiega la curatrice Serena Simoni.
Sicuramente sono corpi non meccanici, il tentativo magari di vedere la meccanicità o questi attrezzi è una metafora sentimentale, è quella metafora che porta le persone che appunto rimangono di riuscire a riparare i viventi, potremmo dire in questa maniera. Un tentativo.
Malattia ma anche premura, prossimità, affetto di chi si prende cura di quei corpi disabili una volta forti e funzionanti che racchiudono la memoria di quello che erano nel passato e che sembrano voler dire o così spera sempre chi li ama, "I will arise and go now", ora mi alzerò e partirò, frase del poeta Yeats e sottotitolo del progetto.
E' una mostra che tocca dei temi anche molto profondi, molto intimi, il rapporto con la madre malata. Un tema questo che gli artisti sviscerano in un modo molto intenso. Queste le parole di Giovanni Gardini, direttore del Museo Lercaro. Ecco, come Museo Lercaro questi temi ci interessano. Tutto ciò che è profondamente umano, è profondamente spirituale e in questo l'arte offre una grande possibilità di comunicazione.
Riccarda Riccò
Link video
Per la prima volta a Bologna la grande artista Louise Nevelson a Palazzo Fava
Nella scultura contemporanea della "grande dame", temi urgenti e rivoluzionari
5 sale per celebrare una delle prime artiste che si sono imposte sulla scena internazionale, Louise Nevelson, Ucraina naturalizzata americana presente nelle collezioni dei maggiori musei del mondo e visitabile oggi a Palazzo Fava fino al 20 luglio con le sue sculture che parlano di temi urgenti, come spiega la curatrice della mostra Ilaria Bernardi:
Il suo lavoro cela dei significati che oggi sono molto importanti nel mondo attuale, come quello della memoria, della identità femminile, della autoaffermazione della donna in un sistema ancora oggi patriarcale, nonché il tema del riciclo dei materiali di scarto, che è un tema simbolico, infatti tutto il suo lavoro si basa sul recupero di materiali di scarto in legno da sedie rotte, a pezzi di tavoli, porte in disuso che dipinge in nero, in bianco o in oro, assembla per trasformare quegli oggetti di scarto in qualcosa di prezioso come l'arte con la A maiuscola.
Trasformazione della materia simbolica della trasformazione di sé stessa, di una donna che si autoafferma anche tra gli affreschi cinquecenteschi dei Carracci, in questa mostra Promossa dall’Associazione Genesi insieme a Fondazione Carisbo e Opera Laboratori Fiorentini, nell’ambito del progetto culturale Genus Bononiae.
Adesso presentano, grazie anche al rapporto con l'associazione Genesi, questa mostra di Louise Nevelson, spiega Patrizia Pasini, Presidente di Fondazione Carisbo, un'artista particolarmente importante anche per il messaggio sociale contenuto nelle sue opere molto affine a quelle che sono appunto le finalità della Fondazione Carisbo.
Anche Luigi Mammoccio, Responsabile Gestioni Museali di Opera Laboratori Fiorentini, sottolinea la portata della mostra:
Un progetto espositivo estremamente importante che abbiamo l'onore di ospitare in quanto l'opera di Louise Nevelson non può essere non ricordata per essere appunto l'opera di una delle primissime artiste, se non la prima in assoluto, artiste donna ad affermarsi sul panorama artistico mondiale.
Riccarda Riccò
Link video
Un dialogo intorno al tema della luce a casa Morandi
E' la mostra Just Sunlight che ha come protagonisti il pittore Giorgio Morandi e l’artista Angelo Candiano
30 anni di studio sulla luce del fotografo Angelo Candiano in una personale di 14 lavori esposti a Casa Morandi, fino al 6 luglio, in via Fondazza 36 a Bologna, dove il grande pittore Giorgio Morandi ha vissuto e lavorato per oltre 30 anni dal 1933 al 1964, come spiega il curatore della mostra Lorenzo Balbi:
In questo studio c'è proprio questa finestra dalla quale Morandi modulava la luce che colpiva gli oggetti e rendeva magica quella atmosfera che entrava nei quadri, nelle creazioni del maestro bolognese. Proprio in questo luogo abbiamo deciso di invitare Angelo Candiano, un artista che lavora con la luce con un approccio simile a quello di Morandi, quindi concepisce sculture, installazioni e opere che hanno molto di vicino al pittorico proprio utilizzando come medium la luce del sole, la luce naturale.
La luce dei dipinti di Morandi è sempre stata una mania dell’artista nato a Modica ma torinese d’adozione, tanto da chiedersi di fronte alle celebri nature morte: Just sunlight? Solo luce del sole? Forse c’è altro, forse una presenza mistica. Parola di Candiano, che realizzando fotografia, scultura e video, esplora la luce non solo da un punto di vista fisico, ma anche concettuale
Sappiamo che la luce dello studio di Morandi era modulata dall'artista stesso con un telaio, continua Balbi, un telaio che si era costruito della stessa misura della finestra e che veniva montato sui suoi cardini, grazie al quale Morandi riusciva a modulare la luce per proprio dipingere attraverso questa luce e fare in modo che questa trasformasse gli oggetti delle sue nature morte in quelle forme pure, quei volumi puri che lui andava ricercando. Proprio quest'attenzione a come la luce sia materia viva e pittorica si riflette nelle creazioni di Angelo Candiano che utilizzando carta fotografica impressa da luce naturale crea delle sculture che non può controllare se non predisponendo e modulando la luce che le imprime.
Riccarda Riccò
Link video
L’Ombra di Guernica di Joan Crous nella basilica di San Petronio
Forte il messaggio di pace e di inclusione degli ultimi che scaturisce dall'imponente scultura
Impossibile non fermarsi a guardarla, tanto è imponente, la scultura L’ombra di Guernica del catalano ma bolognese d’adozione Joan Crous, posta all’ingresso della navata di destra della Basilica di San Petronio a Bologna. Un’opera che reinterpretando la famosa tela di Pablo Picasso e dell’orrore della guerra con la città di Guernica bombardata 88 anni fa, rende omaggio a Papa Francesco, e al suo messaggio di pace. Ma non solo, come spiega Don Andrea Grillenzoni, Primicerio San Petronio:
il pensiero che sta sotto l'opera di Joan Crous è il medesimo pensiero che esprime Papa Francesco quando parla della cultura dello scarto che anima purtroppo la nostra società e Papa Francesco dice, finché ci saranno persone scartate, messe al margine perché non partecipano, non producono utile per la nostra società, ci sarà ingiustizia, e quando c'è ingiustizia non c'è pace, perché ci sono tensioni sociali. Ecco allora che l'opera di Joan, che è un'opera di riuso, di riciclo, parte dagli scarti, gli scarti più vari, di qualsiasi genere. Costituiscono la base di questa opera così grande, no? Ecco, appunto, rendono tutta l'opera un simbolo.
770 mattonelle in pasta di vetro e polvere cotte in stampi di sabbia e realizzate in 6 anni. Un’esposizione laica che per la prima volta entra in San Petronio, e lì resterà fino al 29 giugno, attirando così anche tante persone non religiose. Perché alla fine, di fronte alla guerra e allo scarto, bisognerebbe davvero essere tutti uniti.
Riccarda Riccò
Link video
La bellezza dei calanchi delle argille azzurre nell’arte contemporanea
Azzurro Fragile, la collettiva alle Collezioni Comunali d'Arte di Bologna che celebra il territorio solcato dalle celebri argille azzurre tra Cesena e Castel San Pietro
Dalla natura all’arte, o meglio, dalla meraviglia dei calanchi delle argille azzurre alle espressioni artistiche di chi quei luoghi ha conosciuto. Un Azzurro Fragile che si rispecchia in fisionomie e astrazioni e si declina in opere creative, e dà il titolo al progetto itinerante esposto alle collezioni comunali d’arte di Bologna fino al prossimo 22 giugno.
L’obiettivo della mostra è valorizzare un meraviglioso paesaggio che c'è in Romagna tra Cesena e Castel San Pietro, spiega Matteo Zauli, curatore della mostra, più o meno sulle colline e questi calanchi delle argille azzurre un patrimonio paesaggistico meraviglioso che ha una propria dimensione molto forte nell'arte contemporanea.
La maestosità di quei luoghi si svela in tre sezioni e almeno ventuno artisti, dall’approccio documentaristico, con foto e riprese di Riccardo Calamandrei (Faenza, 1984) e Claudio Betti (Imola, 1947) , all’excursus storico delle xilografie di Francesco Nonni (Faenza, 1885 – ivi, 1975) e delle sculture di Carlo Zauli (Faenza, 1926 – ivi, 2002), per immergersi infine nei molteplici linguaggi degli artisti in mostra, tutti tesi a celebrare bellezza e poesia di una storia naturale antichissima.
Sono conformazioni rocciose nelle quali l'argilla è quella che deriva dal mare pleistocenico di un milione e mezzo, due milioni di anni fa, continua Matteo Zauli, un mare pleistocenico che testimonia ancora il suo passato con tantissimi fossili, conchiglie anche fossili di pesce, creature marine eccetera.
Nel 1502 lì è passato Leonardo Da Vinci e le ha descritte proprio così nel famosissimo suo taccuino che è diventato il Codice Hammer. Quindi c'è questo fascino senza tempo che viene diciamo ripreso anche oggi dagli artisti.
Riccarda Riccò
Link video
A Bologna una mostra su Piero Fornasetti indaga il significato di decoro e valore degli oggetti
A Palazzo Bentivoglio l' esposizione del famoso designer dal titolo Odio il decoro!
Una mostra che nasce nel nome del riuso con una fotografia della scritta “Odio il decoro” scattata a Bologna dal curatore e l’allestimento di una mostra precedente, per parlare del designer Piero Fornasetti e del suo rileggere la borghesia attraverso il decoro, come racconta il curatore della mostra Davide Trabucco:
Fornasetti diventa l'immagine con cui si identifica la nuova borghesia milanese negli Anni Trenta e sicuramente con quell'immagine Fornasetti cerca anche un po' di scherzare, nel senso che prende i codici borghesi che sono tipici del secolo passato, dell'Ottocento e quindi anche le arti applicate le porta nel Novecento che vede concludersi forse questo discorso sulle arti applicate e per tanti anni il lavoro di Fornasetti rimane ai vertici. Il decoro diventa un elemento con cui costruire una sorta di fregio. Tutti gli elementi vengono disposti lungo questi pannelli e vogliono un po' trasformarsi in una sorta di fregio architettonico, come fossero un antico fregio di un tempio greco, quindi ogni elemento vuole anche raccontare una sua storia interna.
Oltre a due lunghe pareti convergenti con vassoi, piatti , oggetti d’uso quotidiano, anche fotografie di Trabucco di aspetti decorativi di Bologna. Decori che a seconda del contesto possono assumere significati anche opposti.
Il decoro è una parola imbarazzante perché pensi a un qualcosa di inutile, di sovrapposto che copre qualcosa, che racconta una deficienza, una mancanza, un'incapacità di essere quello che si vuole essere, spiega l'architetto Franco Raggi. Però se lo consideriamo dentro a una struttura o a un codice culturale universale per sovrapporre, migliorare, nobilitare una realtà povera, il decoro ha una sua dignità.
La mostra sarà visitabile a Palazzo Bentivoglio fino al prossimo 21 giugno.
Riccarda Riccò
Link video
In superficie, appunti sulla natura di Paola De Pietri a Bologna
Presso la Galleria studio G7 opere fotografiche che parlano della interazione tra l’uomo e il paesaggio e del passare del tempo
Sembra di sentire il fruscio del vento o lo scricchiolare dei passi sotto la neve mentre ci si immerge nelle fotografie di Paola De Pietri, in mostra alla galleria studio g7 di Bologna fino al 21 giugno.
13 opere, alcune inedite, altre che seguono un percorso iniziato anni fa.
Ho sempre continuato a fotografare la natura durante questi anni, spiega l'artista Paola De Pietri, però da un punto di vista quasi dell'esperienza, quindi non un aspetto contemplativo - in qualche maniera che magari può anche rientrare - , ma anche sentendo quelle che sono le variazioni legate al tempo atmosferico, al caldo, al freddo, alle stagioni e quindi delle piccole situazioni dove ci sono degli accadimenti.
Per me è importante vedere questi aspetti della natura attraverso uno slittamento visivo, continua De Pietri, per cui percepisco delle cose che abitualmente non guardo ... come ad esempio penso alla fotografia che c'è alle mie spalle che è l'ombra proiettata da un albero sull'asfalto, che però guardandola, solo come questa porzione, diventa un'astrazione rispetto a quello che vedo abitualmente.
Scatti fotografici che lei chiama Appunti, perché non solo non c’è orizzonte, ma nemmeno una costruzione tipica di un testo scritto ragionato. Sono piuttosto attimi vissuti nella natura in modo casuale e sospeso, che restituiscono un significato intimo della stessa. Una epifania, qualcosa di profondo che parla dell’uomo , del passare del tempo, della mutevolezza, quasi un ossimoro rispetto al titolo “In superficie”
In superficie perché le cose che sono mostrate avvengono in superficie, dice l'artista, perché la nostra percezione delle cose avviene comunque attraverso quello che noi vediamo e noi tocchiamo. Poi è chiaro che su queste possiamo leggere tanti livelli, ma la nostra, diciamo formazione, in modo molto ampio, avviene comunque a partire da quello che è la superficie delle cose e quello che è la forma del mondo.
Riccarda Riccò
Link video
A Bologna una mostra che mette alla prova le proprie percezioni
Al Museo delle illusioni tra arte e scienza a Palazzo Belloni, un percorso per grandi e piccini
E’ la Torre degli Asinelli, simbolo di Bologna e paradosso ottico studiato a livello internazionale a dare il benvenuto al museo delle illusioni tra arte e scienza a Palazzo Belloni. La torre è infatti un mistero di illusione ottica dal momento che, vista dalla finestra del corridoio del monastero di San Michele in Bosco, (oggi ospedale Rizzoli) s’ingrandisce. E diventa sempre più grande più ci si allontana dalla finestra. Mistero perfetto per una mostra in cui arte, tecnologia e matematica mettono alla prova i propri sensi e fanno conoscere nuove cose. Le illusioni e le apparenze sono infatti frutto di studi scientifici e di talento artistico, in una settantina di opere visibili fino al 31 maggio
La mostra si articola lungo un percorso interattivo e coinvolgente per il visitatore che si snoda tra illusione ottica a parete, riproduzione di opere d'arte e installazioni, alcune delle quali consentono scatti fotografici inusuali e molto divertenti, spiega Antonella Cosco, Direttore Operativo. E' anche possibile sperimentare la realtà virtuale tramite l'utilizzo di visori, ma non si tratta solo di puro svago, la visita rappresenta anche un'occasione per rispolverare o apprendere nozioni in campo scientifico e artistico. Insomma, un museo da cui si esce sicuramente con il sorriso e magari con qualche conoscenza in più.
Meccanismi, percezioni e inganni: immagini statiche che sembrano in frenetico movimento, linee parallele che si incontrano, due dimensioni che diventano tre. Una specie di dialogo errato tra cervello e occhi e quindi una palestra per la mente, un’esperienza visiva, sensoriale ed educativa, che con l’aiuto delle didascalie e di una guida personale e virtuale, diventa il modo più semplice per entrare nel mondo dei meccanismi ottico-percettivi e scoprire perché la mente e gli occhi fanno vedere cose che sono impossibili nella realtà. Inevitabile quindi il passo dalla fisica alla filosofia e a domande che vanno oltre il tangibile.
Riccarda Riccò
Link video
Buon compleanno Pimpa!
A Bologna l'icona della letteratura per l’infanzia che ha fatto crescere e tuttora fa crescere generazioni di lettori invade la Biblioteca Salaborsa
In questi giorni dovrebbe chiamarsi Sala Pimpa la Biblioteca Salaborsa di Bologna, che in una grande mostra ospita il mondo della famosa cagnolina nel suo cinquantesimo compleanno.
L’abbiamo pensata con Altan, con Chicca Altan che è figlia di Altan e con Salaborsa, quindi con il Comune di Bologna, dice Maria Teresa Panini della Franco Cosimo Panini Editore. E' una sorta di omaggio, di viaggio, all'interno del mondo di Pimpa. Si inizia con una grandissima casa dove i bambini e anche gli adulti possono entrare. La casa è la casa della Pimpa, perché tutte le storie della Pimpa iniziano e finiscono a casa di Armando.
Oltre a questo spazio altre tre sezioni con libri, cartoni animati, disegni, fumetti, pannelli, per immergersi nel mondo di Pimpa e ripercorrere 50 anni di un successo tanto costante quanto rassicurante, come dimostrato dalla linea del tempo costellata dai personaggi della letteratura infantile dagli anni Settanta a oggi, come spiega Maria Teresa Panini:
Diciamo che ipoteticamente ognuno di noi può vedere il momento in cui, nell'anno in cui generalmente guardava la Pimpa, cosa altro poteva leggere in quel periodo lì.
Una certa contemporaneità è poi creata dalla sezione Pimpa off che fa sorridere e riflettere:
Abbiamo raccolto tutti i meme che sono usciti... i meme pubblicabili perché ci sono anche quei meme che non sono pubblicabili, ed è un po' una nuova versione della Pimpa, oltre ad avere anche delle illustrazioni dei giovani illustratori che rivedono un attimo il personaggio di Pimpa, conclude Maria Teresa Panini.
In sala Borsa la famosa cagnolina unirà fino al 24 maggio prossimo bambini e adulti che in un’unica voce ed emozione sembrano dirle:
Buon compleanno Pimpa!
Riccarda Riccò
Link video
A volte basta una canzone, di Lucio Dalla
Sono canzoni in mostra quelle del grande cantautore, in un mix di musica, arte e tecnologia
E’ un viaggio quello che si sperimenta nella mostra dell’artista Kotè dedicata a Lucio Dalla nel Chiostro dei Celestini di Bologna fino al 28 aprile.
Perché ogni mezzo creativo, le undici tele, la musica ad esse associate, le fotografie del grande cantautore e anche la poetica sul muro letta con la sua voce, parlano delle nostre vite, come spiega Kotè, pittore, urban e sound artist:
Ho sempre dipinto con le cuffie nell'orecchio e quello mi dava una grande emozione nel dipingere e quindi nell'ascoltare della musica, ed era questo l'esperimento, quello che volevo ridare ai visitatori. Ecco perché ho lavorato con il suono e le canzoni di Dalla separando la sua voce dalla musica e rimontandola con effetti in 8D. Questo aumenta chiaramente un'emotività che in qualche modo i visitatori sempre un po' fugaci in questa mostra invece hanno la possibilità di stabilire proprio un contatto con la tela e quindi anche con le loro emozioni.
A volte basta una canzone, dice il titolo della mostra, per toccare temi come amore, decadenza, guerra, che vengono attualizzati da Kotè diventando individuali e universali allo stesso tempo. Come il lascito di Dalla, come quello che lui amava e voleva
Lucio era amante dell’arte a 360 gradi, dice Andrea Faccani, presidente Fondazione Lucio Dalla,
quindi cosa amava Lucio, Lucio che è un cantante questo lo sanno tutti, ma le sue grandi passioni erano la pittura e il cinema, quindi tutto ciò che riguarda l'arte, noi andiamo avanti per la strada e per gli amori di Lucio.
Presentata da Fondazione Lucio Dalla e Archivio di Stato di Bologna, la mostra visibile fino al 28 aprile,
è realizzata da ArteViva ETS , e fa parte del programma di iniziative che celebrano l’amato cantautore. Come la moltitudine di persone nella tela Felicità , manifesto della mostra e del murale di Kotè donato dalla Fondazione Lucio Dalla alla città di Bologna.
Riccarda Riccò
Link video
Vita e morte nell’arte o-scena di Witkin a Bologna
Per la prima volta nella città felsinea la personale di uno dei più grandi fotografi contemporanei; uno sguardo non convenzionale e provocatorio sulla psiche e le paure umane
La sua arte disturba e gli epiteti appiccicati al suo nome ne sono la prova: Joel-Peter Witkin (Brooklyn, 1939. Vive ad Albuquerque, Nuovo Messico), irriverente, maledetto, provocatorio, grottesco. Per citarne pochi. Il fotografo statunitense di fama internazionale riesce infatti a scomodare le nostre sicurezze con delle verità talmente ovvie da diventare sconvolgenti: moriremo e prima ancora, nel farlo, marciremo.
Vita e morte, morte e vita. La sottile linea tra le due è implicita già nel titolo della sua personale alla CAR Gallery di Bologna, fino al 19 aprile, Au Revoir, che dà il nome anche al bozzetto in mostra, una donna malfatta con un drink al pene in mano, insieme a 11 scatti, esposti in collaborazione con il gallerista parigino Baudoin LeBon e lo Studio americano Joel-Peter Witkin.
Il fastidio della sua arte arriva perché lui evidenzia tutto il contrario di quello che il mondo occidentale ignora o mortifica: la devianza, le deformità, il decadimento, la morte. In un mondo dove tutto deve essere giovane, bello e sano, i freaks di Witkin, i cadaveri, gli animali menomati e i frutti putrefatti disgustano. Ma Witkin va oltre, perché riesce a farlo con una raffinatezza e un preziosismo espressivo di alto livello, tanto che la sua arte diventa un ossimoro e gli opposti si impastano.
E’pieno di carne ma è trascendente, ridondante da toccare l’essenziale, surreale e reale al tempo stesso. E’una miscela sputata fuori dal nostro subconscio, con le sue paure e i suoi incubi tenuti a bada da una razionalità incerta e alienata.
È quello che non ti aspetti, il pesce serpente (morto?) che sulla testa di un volto preraffaelita in posa classica, è attirato da un frutto marcescente in Imperfect Thirst (2016). O la premura con cui una donna intensa stringe al petto un teschio in La Belle et La Bête (2017).
Come la nostra vita è un insieme complicato di momenti, così anche le fotografie di Witkin sono l’agito di un lungo processo di ricerca che parte da una rivisitazione della storia dell’arte, passa attraverso bozzetti, posizionamento di oggetti, studio di dettagli, scatto fotografico, graffiatura e macchiatura con emulsioni chimiche dei negativi. Una messa in scena che alla fine diventa ob-scena nei tableaux (vivants?) che sono un costante memento mori e un conseguente carpe diem. Un sipario che rimanda alla simbologia cristiana e a famosi autori della storia dell’arte è Life is an Invention: The Constellation of Balthus (2008), con un collage di cinque umani in pose scomposte un po’deformi, e un gatto appeso a un gancio. Sotto le luci della ribalta di Night in a Small Town (2007) una centauressa fumatrice ha in mano uno spartito e una pianista le fa da contraltare.
Che siano corpi nudi o bestie, morti o vivi, sono tutti territori da esplorare, dissacrare ed esaltare nel grande teatro della vita.
Riccarda Riccò
https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2025/04/witkin-bologna-mostra/
Link video
La pittura di paesaggio di Giacomo Savini al Museo Bargellini di Bologna
Esposta per la prima volta una selezione degli oltre 140 disegni realizzati dal pittore che ha saputo interpretare in modo nuovo il paesaggio bolognese
Delicato e raffinato, nelle grandi stanze silenziose e nelle teche classiche del Museo Davia Bargellini di Bologna, l’autore di oli e tempere Giacomo Savini (Bologna, 1768 – ivi. 1842)
viene esposto per la prima volta in una selezione dell’album inedito di oltre 140 disegni, confrontati con la sua produzione pittorica, fino al prossimo 23 marzo.
Abbiamo fatto una selezione di una ventina di disegni e per la prima volta li abbiamo accostati ai dipinti che fanno parte della collezione permanente del Museo Davia Bargellini, spiega Ilaria Chia, curatrice della mostra, più alcuni dipinti che provengono da collezioni private bolognesi. Questa mostra è stata un'occasione anche per attribuire dei nuovi dipinti a Giacomo Savini, per studiarne meglio opera e significato e soprattutto per rendere visibili questi disegni che finora erano rimasti inediti.
Un artista significativo nell’ambito della pittura di paesaggio del primo Ottocento, definito dai contemporanei “il più valente paesista che si trovi in Bologna”, in grado di competere con i grandi artisti dell’epoca, un John Constable all’italiana per la scelta dei temi e l’interpretazione della dimensione quotidiana.
Lui passa dall'Arcadia del maestro Vincenzo Martinelli, continua Ilaria Chia, quindi da questa concezione tipica di fine Settecento, di paesaggi ideali, solari, arcadici, a paesaggi invece che ritraggono la vita di tutti i giorni, quindi con lui abbiamo una vera e propria scoperta del quotidiano.
Un pittore che prende il suo taccuino e va in mezzo alla natura e comincia a dipingere dal vero, anche oggetti e soggetti molto umili, come pozzi, abbeveratoi, mulini, che però per la prima volta acquistano una grande dignità ed entrano a pieno titolo nella storia dell'arte.
Riccarda Riccò
Link video
Tutta la sofferenza del visionario Antonio Ligabue a Palazzo Pallavicini di Bologna
Sulle tele dell'artista espressionista i tormenti di un uomo che voleva soltanto libertà e amore
Sette sale tutte per lui, e per cercare di esprimere l’energia travolgente della sua arte: Antonio Ligabue (Zurigo, 1899 - Gualtieri, 1965), pittore e scultore italiano tra i più importanti del Novecento, è in mostra nel quattrocentesco palazzo Pallavicini di Bologna fino al 16 marzo 2025, con oltre 120 opere di cui 17 disegni, 14 sculture, 15 incisioni e 81 dipinti tra cui autoritratti e tigri dalle fauci spalancate.
Le tigri, una firma riconoscibilissima del grande genio visionario che con felini arrabbiati, rapaci violenti e bestie feroci cercava di buttare sulla tela i suoi disagi e tormenti, forse con la speranza di alleviare gli intensi dolori mentali e fisici.
L'antologica che vediamo in questo momento, dice Mario Alessandro Fiori, curatore mostra, è assolutamente completa perché riguarda tutto quello che è la parte tecnica che ha composto Antonio Ligabue, partendo dalla scultura, pittura, disegno e incisioni, quindi le 120 opere presenti raccolgono tutto quello che è il contesto artistico di Antonio Ligabue.
Una giungla aspra e cruda che rispecchia l’esistenza travagliata del grande pittore espressionista, la malattia, la solitudine, la vita errabonda di peregrinazioni senza meta, la povertà, le crisi psichiatriche maniaco depressive seguite spesso da attacchi violenti contro sé e gli altri.
Una vita d’inferno di un emarginato denigrato e deriso, che ha trovato un sollievo soltanto nell’arte che arriva a noi oggi con la forza dei suoi dipinti; sempre più apprezzati, a partire dalla fine degli Anni Quaranta del secolo scorso.
La storia di Ligabue va pari passo, continua Mario Alessandro Fiori, quindi chiaramente (il visitatore) riesce a vedere dall'inizio dei primi tempi con la vicinanza di Renato Marino Mazzacurati a dopo, a tutta la parte migliorativa e si fa l'idea del completamento di quello che è a oggi uno degli espressionisti del Novecento italiano più importante.
Non solo bestie feroci, ma anche immagini di memorie visive, paesaggi, scene di vita quotidiana e autoritratti dagli occhi espressivi e corposi. Di un uomo che desiderava soltanto libertà e amore, come recita l’epitaffio sulla sua tomba a Gualtieri nel reggiano.
Riccarda Riccò
Link video
Passione e coraggio nella fotografia antropologica di Tina Modotti
Una delle più grandi fotografe di inizio Novecento in mostra a Palazzo Pallavicini per documentare l'essere umano e la sua storia
Voleva essere definita fotografa e non artista, cercando anzi con il suo lavoro di evitare proprio gli effetti speciali i e i trucchi per esaltare soltanto la verità nuda, cruda e spesso dura. E Tina Modotti (Udine, 1896 - Città del Messico, 1942), esponente di spicco della fotografia e dell’attivismo politico della prima metà del XX secolo, è di certo riuscita nel suo intento. Passionale e coraggiosa, ha usato la fotografia come strumento di indagine, denuncia sociale e studio etnografico, come emerge chiaramente dagli scatti in mostra fino al prossimo 16 febbraio a Palazzo Pallavicini di Bologna.
E' una mostra pensata per raccontare la verità, dice Francesca Bogliolo, curatrice, che è una verità biografica, ma è nello stesso tempo uno sguardo puntuale sulla società del suo tempo posato da una donna assolutamente all'avanguardia per il tempo in cui vive.
Circa 120 opere e alcuni preziosi documenti che esprimono l’ideologia di una donna forte e anticonformista , che esalta i simboli del lavoro, del popolo e del suo riscatto. Ma non solo. Una scrittura con la luce, come suggerisce lo stesso significato etimologico della parola fotografia, per comunicare e documentare l’essere umano e l’ambiente che lo circonda, con un intento sociale, antropologico e a volte politico.
Noi da lei possiamo imparare la speranza del guardare, spiega la curatrice Bogliolo. Tina Modotti ha un occhio particolare nel saperci guidare ad appoggiare uno sguardo nuovo sulla realtà, che è uno sguardo fedele a quello che la realtà in effetti è, e che non possiamo fare finta di non vedere.
Costumi, oggetti, donne, attività, natura sono impressi per sempre nelle fotografie di Tina Modotti che grazie alla sua sovrabbondanza di vita ha conosciuto il mondo e le sue contraddizioni, da Udine dove è nata, a Città del Messico, dove è morta, passando attraverso Stati Uniti, Germania, Francia, Spagna, molta altra Europa e Unione Sovietica. Ma soprattutto tanto Messico nei suoi luoghi meno noti.
Un’attività intensa che giunge a noi oggi schietta e sincera (con buona pace dei social network moderni e i loro filtri) e che a lungo darà i suoi frutti, perché come scrisse di lei Neruda “il fuoco non muore”.
Riccarda Riccò
Link video
La ceramica di Simona Ragazzi per denunciare l'uomo che va OltreNatura
Sono opere ironiche quelle del progetto espositivo presentato al Teatro Celebrazioni di Bologna, in occasione di Aretefiera 2025
Piante che fanno il caffè, mandano baci, creano tortellini, molluschi, uova e palline da tennis. Opere in ceramica che ironicamente fanno meditare su quanto l’uomo manipoli la natura andando OltreNatura, come da titolo della mostra di Simona Ragazzi (Bologna, 1969), visitabile fino al 16 febbraio al Teatro Celebrazioni di Bologna che per la prima volta apre le porte ad Art City, in collaborazione con PdB Gallery Contemporary Art.
OltreNatura vuole puntare l'accento su quello che è un discorso di mutazione della natura, spiega l'artista Simona Ragazzi, di volere andare oltre a quello che è già la natura nel suo essere. Sicuramente si troverà delle sculture in ceramica molto ironiche e giocose che dovrebbero indurlo a pensare su quello che è la nostra volontà di voler controllare tutto e di voler manipolare la natura umana, non la natura, la natura da parte dell'uomo.
Attraverso la manipolazione genetica dell’ecosistema, l’essere umano si fonde con esso, come suggerito dal neonato in ceramica nutrito da una foglia, messo sul palcoscenico in occasione della partecipata inaugurazione, in un ambiente multisensoriale in cui il verde predomina e ricorda l’origine green del Teatro Celebrazioni.
E' proprio questo teatro che ci ha dato l'opportunità appunto di utilizzare i suoi spazi, racconta Roberta Angelini, Direttrice artistica PdB Gallery e curatrice della mostra, e ha dato lo spunto di creare un ipotetico strano giardino nel foyer in modo da valorizzare queste piante stravaganti, inconsuete e divertenti di Simona. Visto che questo teatro è stato progettato proprio per mettersi in relazione con l'ambiente esterno e con la natura circostante perché ha delle grandissime vetrate che di sera non si vedono ma di giorno sì, per cui era naturale la suggestione di avere un giardino immaginario con le piante di Simona.
Riccarda Riccò
Link video
Al MAMbo di Bologna le Immagini del No che raccontano le lotte di ieri, ma anche di oggi
Il reenactment di una mostra fotografica sul no al referendum di 50 anni fa contro il divorzio fa meditare sui diritti raggiunti sempre a rischio
E’ la riproposizione di una mostra storica del 1974 fatta a Milano quella che si può vedere al MAMbo di Bologna fino al 12 gennaio 2025. Sono le immagini del no nel contesto del referendum indetto dalla democrazia cristiana per abrogare la legge del divorzio di 4 anni prima. Un totale di 134 fotografie di Anna Candiani (Milano, 1940 - 2017) e Paola Mattioli (Milano, 1948) su 10 muri per una lettura circolare su 4 livelli dall’alto verso il basso.
Le due autrici, due fotografe del contesto femminista italiano degli anni Settanta, spiega Valentina Rossi, curatrice mostra, in quegli anni hanno deciso di ritrarre e riprendere tutte le immagini del no, quindi tutte le contraddizioni del sistema che le città italiane e in questo particolare caso Milano esprimevano attraverso vari manifesti e varie manifestazioni e vari contesti socio-culturali
50 anni sono passati, ma il rischio di perdere i diritti acquisiti è sempre vicino e va ricordato lo sforzo fatto in passato che abbraccia dunque il presente.
Il primo livello di lettura è legato proprio alle manifestazioni storiche del femminismo degli anni Settanta, continua Valentina Rossi, il secondo si occupa appunto dell'occupazione delle case in questo contesto nel cagliarese che era appunto un tema abbastanza cruciale in quel contesto socio-culturale, il terzo livello di lettura sono invece le manifestazioni ufficiali, quindi legate ai partiti e appunto che riguardano il referendum del 1974 della DC e mentre l'ultimo livello di lettura sono le manifestazioni della sinistra extra parlamentare che era insomma diciamo molto attiva nel contesto di quegli anni. Infatti la mostra si conclude con le ultime immagini che rappresentano un Dario Fo che al tempo insieme a Franca Rame e al proprio collettivo teatrale occupava la palazzina liberty. Appunto gli ultimi scatti sono Dario Fo che annuncia la vittoria del no.
Riccarda Riccò
Link video
La fotografia sociale dolce e amara di Martin Parr a Bologna
Pop, ironico e un po' kitsch, l'ironico Martin Parr, uno dei più famosi fotografi contemporanei, in mostra al Museo Civico Archeologico con Short and Sweet
Dal bianco e nero degli anni Settanta alla moda coloratissima del nuovo millennio, passando attraverso 10 aree tematiche tra cui turismo, danza, spiaggia, cibo, per assaggiare 50 anni di attività di uno dei più influenti e iconici fotografi del nostro tempo, Martin Parr (Epsom, 1952), che indaga l’umanità in tutta la sua contraddizione e schizofrenia.
Tutto quello che sono i comportamenti di massa visti con un occhio critico e allo stesso tempo quasi complice, dice Roberta Valtorta, storica dell’arte, come dire, sono i nostri difetti, sono le nostre debolezze, analizziamole e in un certo senso accettiamole.
Oltre alle 60 fotografie selezionate dall’autore insieme all’installazione Common Sense composta da 250 scatti, anche un’intervista inedita di Roberta Valtorta. Il tutto visibile al Museo civico archeologico di Bologna, fino al 6 gennaio 2025.
Mi interessa notare i cambiamenti nella società, dichiara Martin Parr, e che posso fotografare nel momento in cui avvengono, per così dire, e anche cercare di mettere a fuoco cose che saranno importanti negli anni a venire nella mia fotografia. Quindi sì, sono pienamente consapevole del taglio antropologico del mio lavoro.
Ironico ed eclettico, il britannico Parr è famoso anche per aver infranto tutte le regole della fotografia moderna.
Ha smosso certi comportamenti classici del reportage, continua Roberta Valtorta, c'è una narrazione dei fatti, delle cose che accadono, lui le ha un po' cancellate e si è spostato su una osservazione di carattere direi antropologico dei comportamenti, dei gesti e anche delle fisionomie addirittura delle persone.
La sua fotografia sociale, talvolta all’apparenza caotica, allegra e dissacrante, è stata spesso definita dolce e amara.
E' una riflessione su questa nostra società votata alle merci, votata al consumo, votata a comportamenti ripetitivi, assoggettata diciamo proprio all'economia, e globalizzata. Quindi ne viene fuori un sorriso diciamo anche delle risate, se vogliamo, però viene fuori anche un po' di malinconia, conclude la storica dell'arte Valtorta.
Riccarda Riccò
Link video
Le acquisizioni di Francesco Arcangeli al MAMbo nel progetto Tramando
Omaggio allo studioso nel cinquantenario della sua morte con la mostra delle opere da lui scelte per l’allora Galleria d’Arte Moderna
Il MAMbo di Bologna si chiamava Galleria d’Arte Moderna e Francesco Arcangeli (Bologna, 1915 - 1974) ne era il direttore. Studioso, critico, storico dell’arte, voleva trasformare quello spazio in un museo, e lo ha fatto alla grande, grazie alle opere da lui scelte in una ventina d’anni e acquisite dal Comune di Bologna. Un’intuizione acuta che si può fruire oggi attraverso il progetto Tramando, con il quale la Pinacoteca nazionale, il Museo Morandi e lo stesso MAMbo gli rendono omaggio nel cinquantesimo anniversario della morte.
Tramando, spiega Uliana Zanetti, curatrice della mostra, è un termine che Francesco Arcangeli ha coniato per indicare quelle che lui definisce le risorgive di una cultura, di una mentalità, di un approccio al mondo, e di una resa formale che si sviluppano all'interno di una determinata area geografica.
Area padana ma non solo: grazie alle sue scelte visibili nella sessantina di opere esposte in mostra fino al 6 gennaio 2025, da Klimt a Morandi passando attraverso Burri e Guttuso, solo per citarne alcuni tra i più noti, Arcangeli ha dato alla critica dell’arte suggestioni attive importanti.
Intanto questo approccio individuale in cui lui valorizza moltissimo anche l'aspetto autobiografico nella lettura della cultura di una certa epoca, continua la Zanetti, quella in cui il critico appunto si trova immerso, questa sua idea che ognuno debba portare un contributo personale, esperito proprio nei fatti, nel proprio vissuto, credo che sia un dato di grande attualità nella riflessione critica contemporanea. La collezione che è possibile vedere insomma in parte in questa sala è rappresentativa del suo orientamento museologico che ha conformato diciamo l'indirizzo contemporaneo del museo.
Riccarda Riccò
Link video
La strage di Ustica nella personale di Kuśmirowski
In occasione del 44° anniversario del tragico evento, il MAMbo ospita una grande mostra di Robert Kuśmirowski, per non dimenticare attraverso il linguaggio del contemporaneo
Indaga i temi della memoria e della perdita attraverso l’arte la mostra dal titolo PERSO[A]NOMALIA, dell’artista polacco Robert Kuśmirowski (Lodz, 1973), ospitato nella Sala delle Ciminiere del Mambo di Bologna fino al 6 gennaio 2025. L’occasione è data dal 44/o anniversario della strage di Ustica e delle sue 81 vittime, per le quali il tempo non può portare all’oblio.
E' una mostra quindi che muove i suoi passi attraverso un'indagine sul passato, dice Lorenzo Balbi, direttore MAMbo e curatore mostra, e soprattutto attraverso a come gli oggetti non abbiano una possibilità di fine vita. Questo è quello che ci dice Robert Kuśmirowski. Gli oggetti non possono morire, possono solo continuare a vivere nella memoria di chi li ha posseduti e di chi li guarda, cercando di intraprendere un viaggio attraverso le storie che questi tramandano. Quello che interpreta l'artista è la figura di un immaginario custode di queste memorie, un immaginario custode delle chiavi; questo è un po' anche il tema della mostra, un custode di chiavi di archivi personali, di oggetti dimenticati che però vivono di una vita nuova, grazie a quello che il pubblico può trasporre della propria esistenza su questi oggetti.
Passato e presente, memoria collettiva e suggestioni individuali sono amalgamati in una bolla immersiva, un mondo parallelo di installazioni simboliche, di possibili vite cariche di significati, in cui si può davvero riflettere, per avvicinarsi e forse capire la storia.
Li ha riproposti in una chiave molto coinvolgente, dice Marinella Paderni, curatrice mostra, accompagnati da questo sonoro che lui ha creato, che ci conduce alla scoperta di questi che sono parte del nostro mondo. Sono delle messe in scena, degli ambienti costruiti, che vogliono riportare lo spettatore al passato, al momento, alla storia, all'anima del luogo, facendogli vedere con dei piccoli scarti, come si possono vedere in mostra, come noi percepiamo oggi invece il passato nel presente.
Riccarda Riccò
Link video
La civiltà egizia di seicento anni nelle medaglie al Museo Civico Archeologico
Per il trentesimo anniversario del riallestimento della Sezione Egizia, il Museo Civico Archeologico di Bologna presenta la rassegna Il Medagliere si rivela, con una vetrina tematica di medaglie egittizzanti
Tanto fascino e lascito della civiltà egizia in 25 piccole opere d’arte straordinarie e dense, in un medagliere che si rivela ancora e che in questo quarto appuntamento racconta un pezzo di storia di 600 anni, tra il XV e il XXI secolo.
Sono medaglie che vengono appunto definite egittizzanti, spiega la curatrice Paola Giovetti,
perché ripropongono dei temi, delle tematiche e anche delle simbologie legate al mondo egiziano quando ancora il mondo egiziano non era totalmente conosciuto. Poi pian piano però queste medaglie testimoniano anche la nascita dell'egittologia perché ad esempio o ricorda eventi straordinari perché la cultura egizia poi comincia ad essere studiata scientificamente e seriamente.
Dai profili di intellettuali, religiosi, umanisti, ai musei, basiliche, piramidi, e tanti simboli naturali e massonici, per celebrare persone illustri ed eventi eccezionali come la campagna napoleonica, tutti in chiave egittizzante.
Su Napoleone, ad esempio, l'Egitto ebbe un gran fascino, continua Paola Giovetti, e lui capì che probabilmente utilizzare anche le raffigurazioni egittizzanti sulla propria produzione medaglistica poteva avere un significato anche per la sua propaganda personale, al punto che al dritto di una medaglia il ritratto di Napoleone è il ritratto in realtà di un faraone, cioè lui indossa il nemes che è il copricapo tipico del faraone.
Anche l’obiettivo di questo quarto nucleo, in mostra fino al 16 dicembre 2024, è rendere nota l’incredibile raccolta numismatica del museo civico archeologico di Bologna, terza in Italia, con i suoi 100.000 oggetti.
Riccarda Riccò
Link video